Breve storia del teatro comico giapponese Rakugo. Spettacolo organizzato a Firenze da Iroha, associazione culturale giapponese

Rakugo
Ukiyo-e

teatro comico
tradizionale
e incisioni giapponesi

Rakugo

Il teatro Rakugo

Il termine Rakugo (“parole lasciate cadere”) è attestato per la prima volta nel 1787, ma si è diffuso soltanto durante l'epoca Meiji (1867-1912) ed è divenuto di uso comune nel XX secolo in epoca Shôwa (1926-1989).

Non si sa esattamente quando il teatro Rakugo sia nato, mentre è accertato che ha avuto origine presso i daimyo (feudatari) che ospitavano alla loro corte attori che li intrattenessero raccontando storie divertenti.
Il teatro Rakugo si è sviluppato in vari stili: shibaibanashi (“storie teatrali”), ongyokubanashi (“storie musicali”), kaidanbanashi (“storie di fantasmi”) e ninjôbanashi (“storie sentimentali”). In alcune di queste forme manca la battuta finale ochi, caratteristica del Rakugo originale.

Nell'epoca di Edo (1603-1867) i commercianti più ricchi (chonin) hanno iniziato ad apprezzare questa forma di teatro che così si è diffusa anche fra i non nobili ed è diventata sempre più popolare. Nel XVII secolo gli attori erano chiamati hanashika (“narratore di storie”), termine che corrisponde all'odierno rakugoka ( “persona che lascia cadere le parole”). L'usanza di concludere il monologo con una battuta forse deriva dai kobanashi, brevi racconti comici con battuta finale (ochi) molto amati fra XVII e XIX secolo, con personaggi del popolo come protagonisti.
Fra gli interpreti del teatro Rakugo alcuni sono anche autori di storie: fra i più famosi rakugoka del passato, per esempio, Anrakuan Sakuden (1554-1642) creò più di mille storie riunite nella raccolta Seisuishô (“Risata per scacciare il sonno”, 1628); Tatekawa Enba (1743-1822) è invece autore di Rakugo rokugi (“I sei significati del Rakugo”).
Come in molte altre arti tradizionali giapponesi, anche nel teatro Rakugo gli interpreti imparano direttamente dal proprio Maestro, senza ricorrere a libri o manuali: ancora oggi tutto il repertorio viene tramandato oralmente di generazione in generazione; soltanto dopo molti anni di pratica l'allievo - se ne è degno - può ereditare il nome del Maestro e diventare Maestro a sua volta.

 

 

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